Facebook Linkedin Twitter YouTube Instagram

 

 

Password Dimenticata?


Mercoledì 25 Maggio 2022

La plastica ha invaso anche l'Artico

Nel nostro immaginario le regioni artiche hanno una presenza forte: il ghiaccio come simbolo di ostilità all’uomo ma anche di natura incontaminata, con le loro temperature quasi impensabili e i profondi fondali glaciali, lì dove la presenza dei danni prodotti dalle attività umane poteva sembrare impensabile. Purtroppo, però, non è così: la plastica è arrivata fino all’Artico. Lo dimostra uno studio pubblicato su «Nature Reviews Earth & Environment» da un team internazionale di ricercatori dell'Istituto Alfred Wegener Helmholtz Center for Polar and Marine Research (AWI).

Lo studio, infatti, ha rilevato concentrazioni di plastica in ampie e varie regioni dell’Artico. Il livello d’inquinamento cambia moltissimo e ci sono accumuli concentrati in alcuni punti specifici, ma in generale la situazione non è così diversa dall’inquinamento da plastica descritto per molte regioni mondiali più densamente abitate. Secondo i ricercatori dell’AWI, questa presenza di plastica può essere ricondotta solo in parte a fattori inquinanti locali come le attività ittiche (basti pensare alle attrezzature da pesca o alle cassette disperse in mare), acque reflue delle comunità artiche, discariche o industrie offshore. Una quantità sensibile di materiali plastici arriva invece nell’Artico dalle altre latitudini, attraverso le correnti oceaniche, il trasporto atmosferico e i fiumi. Infatti, nonostante l’Oceano Artico equivalga solo all’1% del volume totale degli oceani terrestri, riceve comunque più del 10% del volume d’acqua dei grandi fiumi che attraversano le regioni più settentrionali dei continenti (in particolare la Siberia).

Il problema appare ancora più significativo se pensiamo che lo studio ha messo in luce anche una quantità notevole di microplastiche (le particelle infinitesimali che nascono dalla degradazione del materiale plastico di dimensioni maggiori). Le microplastiche possono infatti spostarsi anche per migliaia di chilometri, rimanendo intrappolate quando l’acqua del mare si ghiaccia al largo della Siberia, e seguendo poi la deriva dei banchi, per essere rilasciate molto più a Ovest con lo scioglimento dei ghiacci. È già noto che le microplastiche sono entrate nella catena alimentare ittica e dunque umana (ne sono state trovate tracce nei tessuti di polmoni, placenta e intestino), anche se disponiamo ancora di pochi studi scientifici dei loro effetti nocivi. Ma tra questi effetti, che ovviamente dipendono dalla quantità di contaminanti, ci sono fenomeni gravi come lo stress ossidativo, mutazioni dell’espressione genetica, infiammazioni e abbassamenti del tasso di crescita e fertilità.

Lo studio dell’AWI ha individuato segni di contaminazione da plastica in 131 specie artiche di ogni tipo e dimensione, dallo zooplancton agli anemoni di mare, dai gamberi alle stelle marine. L’ingestione dei detriti di plastica non crea sempre un danno immediato, ma può portare nel tempo a conseguenze potenzialmente letali come denutrizione, danni agli organi interni e ostruzione delle vie intestinali.

L’attenzione data dai ricercatori alla situazione dell’Artico è motivata anche da un altro aspetto: l’inquinamento da plastica, infatti, interagisce con gli effetti del cambiamento climatico, che nelle regioni glaciali avvengono già ad una velocità più alta rispetto al resto del pianeta, e favoriscono ulteriormente la circolazione e diffusione delle microplastiche.

Ma cosa si può fare per proteggere l’Artico e mantenere quei ghiacci (non più) incontaminati almeno un po’ più simili ai nostri sogni? Le soluzioni, secondo l’AWI, devono necessariamente essere tanto locali quanto internazionali: l’inquinamento da plastica, infatti, è notoriamente figlio di una sovrapproduzione accoppiata ad un’inadeguata gestione del ciclo dei rifiuti. Anche se la produzione di plastica fosse interrotta dall’oggi al domani, negli ecosistemi ci sarebbe comunque già in circolazione quella prodotta negli scorsi decenni, destinata fatalmente a diventare microplastica.

A livello locale, i detriti plastici nell’Artico sarebbero comunque ridotti significativamente agendo prima di tutto sull’industria ittica, cercando di coinvolgere attivamente le comunità locali attraverso una buona informazione e comunicazione.

0 COMMENTI

INVIA
Nessun messaggio presente

Accedi